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Una volta le cuffie grosse le usavano solo i maniaci dell’alta fedeltà e i musicisti in studio (qui sopra vedere il modello Akg che fino a metà anni ‘90 monopolizzava gli studi di registrazione). Erano oggetti molto affidabili rispetto alle cuffiette del walkman ma molto scomodi perché pesanti. Nessuno ci andava in giro in motorino o in bici come si usa oggi. Oggi infatti le maxi cuffie fanno molto dj e fa ancora cool indossarle al posto di quelle bianche dell’iPod o tipo iPod (che comunque funzionano molto bene, l’unico problema è che il volume va tenuto basso per non evitare acufeni). Ecco perché pure Marshall, insieme ai soliti Ampli rock, quelli dei mitici Iron Maiden e pure d’un certo Jimi Hendrix che di secondo me faceva Marshall (ma era solo omonimia), si è messa a produrre cuffie in ear (bruttine) e cuffione vintage piuttosto belle. Il prezzo delle seconde è 99 dollari.

Per molti il rock è una religione. E come una religione che si rispetti ha una chiesa e dei santi. Veri e propri martiri morti (alcuni ancora no) per la causa del rock and roll: libertà e ribellione al sistema. C’è John (Lennon), c’è Keith (Richards) ed Elvis, nell’advertising ideato dall’agenzia brasiliana Yeah! Brazil per i corsi di inglese Lexical. Lo slogan: “Rock is Religion. Speak the language of Gods”. L’agenzia punta sull’uso che tutti gli adolescenti fanno delle proporie lezioni d’inglese, ossia imparare a leggere i testi delle canzoni. Per vedere gli altri collegatevi al sito IBelieveInAdv.

The Art of Rock (21)

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I Green Day hanno chiamato il loro album 21st Century Breakdown e hanno pensato bene di condirlo con un pò di quella tecnica moderna lontana da quella da palcoscenico e dagli strumenti che si dovrebbe definire music art marketing. E’ forse un sacrilegio? In pratica hanno commissionato 21 opere d’arte ispirate dai loro album. Green Day :: The Art of Rock in mostra a London guarda caso durante la tappa del loro tour in UK. Artisti degni di essere citati :: Ron English, Logan Hicks, Will Barras, The London Police, Will Barras, Eelus, Chris Stain, Sixten, Adam 5100 e C215.

http://www.stolenspace.com/

Curatore Logan Hicks
23.10.09 - 01.11.09

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  • Le mirror ball vintage dei King’s

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    Quando ho iniziato ad andare in discoteca, a metà anni ‘80, i più fortunati limonavano duro su divanetti fiorati che poi, verso la fine della decade sarebbero diventati rosa & grigi (ne volete un esempio? Fate un salto al Florida di Ghedi, splendido esempio di archeologia discotecara acora attivo). Gli altri, come chi scrive, più che altro si dimenavano sul dancefloor ascoltando la prima house mescolata con Pride degli U2 (uno schifo? Certo, ma sempre meglio del revival anni ‘80). Ecco, già in quel periodo, le mirror ball a me sapevano di vecchio come i laser verdi, perchè c’erano già i fari a testa mobile e pure le console luci. Tuttavia, Mirrorball non vuol dire palla fatta di specchietto, vuol dire discoteca. Anche per i King’s artisti senz’altro più giovani di me in mostra alla Studio Dimore di Milano (dal 24 settembre ‘09, via Solferino 11, info 02 36537088) le mirrorball sono la disco e le Converse degli ormai sepolti Ramones sono il rock. I King’s sono Federica Perazzoli e Daniele Innamorato e nella loro ricerca artistica mettono insieme il meglio (o il peggio?) di ciò gira intorno alla musica giovanile: luci al neon intermittenti, rumori di batteria, casse acustiche installate come se fossero sculture minimali, cavi elettrici, scritte adesive e bottiglie di vodka… E, ovviamente, diverse mirror ball.

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  • I teschi di Richmond suonano il rock

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    Ieri, mentre mia moglie non era in casa (non volevo aver problemi di sorta), mi sono ascoltato un’antologia live degli Afterhours. Al terzo pezzo mi sono accorto che per me certo rock, quello vero, invecchia proprio bene. Per questo Manuel Agnelli può fare di tutto, anche andare a Sanremo, e restare credibile. Oggi mentre sfoglio Uomo Vogue di giugno, la folgorazione stile John Belushi in Blues Brothers. Ho visto la luce, ossia 5 o 6 pagine pubblicitarie di quelle pesanti (all’inizio del giornale) di John Richmond senza un solo abito o accessorio. Solo teschi che suonano il rock & roll. Qui ne vedete uno, neanche il più cattivo. L’ispirazione dello stilista sembra ormai un chiaro mix di Punk (con tanto di slogan: destroy, disorder, disorientate)e rock stile “Sympathy for the devil” dei Rolling Stones. Si può dire che il rock è morto, che è un po’ vero, oppure che il rock non morirà mai. Ma questa è una gran bella campagna pubblicitaria.

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    Gli artwork dello “shock rocker” sono stati esposti per la prima volta negli Stati Uniti questo Dicembre durante Art Basel Miami Beach. L’esposizione di 20 tele è stata presentata dalla Galerie Brigitte Schenk di Colonia (Germania) in collaborazione con il nuovo Art Space 101 Exhibit.

     http://marilynmansonartworkonline.com/

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  • A slice of rock n’roll

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    New York, East Village. La settimana scorsa (mercoledì 25 giugno) ha riaperto The Pizza Shop, mitica pizzeria per asporto all’angolo fra 7th Street e Avenue A. Attiva fin dagli anni ‘60, aperta fino al mattino, se i suoi muri potessero parlare ci sarebbe davvero da divertirsi: tre generazioni di nottambuli vaganti per Downtown Manhattan ci sono passati almeno una volta. Vista la vocazione musicale del quartiere (siamo a pochi isolati dal compianto CBGB), un manipolo di rockettari di una certa fama ha deciso di prenderla in gestione.

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